Le interviste possibili: Mauro Daltin

dicembre 2020 Biblioteche del Sistema Bibliotecario del Friuli

Destinatari

Oggi abbiamo chiacchierato con Mauro Daltin direttore e coordinatore di Bottega Errante e autore.
D: Caro Mauro, inizio con una domanda che si può fare solo a uno scrittore: qual è la tua parola preferita?
R: Complessità. Credo che sia una parola chiave per chi racconta storie, per chi informa, per chi usa le parole. Mi fanno paura le semplificazioni, gli slogan di orwelliana memoria. Mi piacciono le storie complesse, che si intersecano fra loro, che utilizzino una lingua semplice e secca, che non vuol dire sciatta o superficiale. Tutt’altro. Adoro le storie che entrano nell’animo umano e che ne narrino le contraddizioni, le fragilità, le complessità appunto. Amo i personaggi ambigui, quelli che si muovono dentro le zone grigie, le ambientazioni che diventano protagoniste anch’esse delle storie. E in generale, fuori dalla scrittura, penso sia una parola che non ci debba far paura, che non debba essere strumentalizzata, ma di cui dobbiamo riappropriarci, farla nostra. Solo così abbiamo la possibilità di interpretare i nostri tempi.
D: Nei tuoi libri ti addentri spesso nei paesi abbandonati: se tu potessi scegliere, quale personaggio letterario porteresti con te in un tour a caccia di questi luoghi fuori dal mondo?
R: Inviterei a fare un giro per città vuote Arturo Bandini, il protagonista di quasi tutti i libri di John Fante. Il padre di Arturo, Svevo Bandini, era abruzzese. Ecco, porterei Arturo a vedere i borghi abbandonati in Abruzzo così da recuperare il legame con la sua terra paterna, tra le altre cose una delle regioni con più paesi vuoti d’Italia.
D: Ci hai raccontato di Poveglia e di Curon, le città Atlantide: quale tipo di romanzo ambienteresti in queste città? Di che genere?
R: Ambienterei un romanzo distopico, la mia grande passione che è stata anche la mia tesi di laurea. Il peggior mondo possibile sotto il pelo dell’acqua. Sarebbe una prospettiva intrigante. Un racconto dal sottosuolo, ma liquido, immerso nell’acqua dolce di un lago che ha ricoperto tutto. Lì si muoverebbero i superstiti, ma sopra il pelo dell’acqua, nella terra ferma qualcuno li sta controllando… Interessante come trama, non trovi?
D: Nel tuo racconto “Ladri” della raccolta “Latitanze” racconti di un annusatore di libri. Siamo in molti ad avere questa abitudine di annusare il profumo dei libri e il tuo personaggio la porta all’estremo. Sei anche tu un annusatore di libri?
R: Assolutamente. E sono convinto che non si tratti semplicemente dell’odore della carta che esce dalla tipografia. È l’odore di quel libro, che emana quella storia, quei personaggi. Sono un cacciatore di odori dei libri. Per questo non riesco a leggere pdf o ebook, perché non li posso annusare. Ti vedi ad annusare un tablet sotto l’ombrellone? Non è credibile.
D: Esiste un racconto scritto da qualcun altro che avresti tantissimo voluto aver scritto tu?
R:Tantissimi. “Rumore bianco” di De Lillo, “Stoner” di John Williams, tutti i libri di Marcello Fois li avrei voluti scrivere io. I racconti di Carver li avrei voluti scrivere così come li ha scritti lui. “La confraternita dell’uva” di John Fante. La “Trilogia della città di K” di Agota Kristof. Mi fermo perché altrimenti l’elenco potrebbe annoiare. Attenzione che non sono i miei libri o autori preferiti (in alcuni casi sì), ma sono libri che, per come sono stati raccontati, per lo stile, la struttura narrativa, i personaggi eccetera sono riferimenti assoluti. Per il resto non conosco il sentimento dell’invidia né come persona né come scrittore, ma credo anche che chi scrive debba continuamente attingere, riscrivere, imitare.
D: Se potessi cadere dentro un romanzo quale sceglieresti? E perché?
R: Cadrei senza dubbio dentro “Viaggio al termine della notte” di Celine. Basta leggere le righe che aprono il libro: “Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”. Beh, cadere qua dentro è proprio immergersi in un viaggio dentro la vita.
D: Immagina: sei in un borgo abbandonato, solo, tutto è silenzioso, quando ad un tratto senti un rumore di passi alle tue spalle. Ti volti e da dietro un muro scalcinato si affaccia una figura: chi è?
R: Un fantasma. O una persona in carne e ossa, non riuscirei a distinguere. Un vecchio con un cappello in testa, un bastone stretto nella mano, pantaloni di velluto. Un pellegrino? Un viandante? Un cacciatore di abbandoni? Un vecchio abitante del paese? Un bracconiere? Forse tutte queste cose insieme. Si siede su un ceppo, estrae dalla tasca un coltellino e inizia a levigare il suo bastone, a togliere la corteccia superflua. Io mi siedo accanto a lui e stiamo lì fermi senza dirci molte parole. Sarebbe sufficiente qualche battuta sugli alberi, sul sentiero appena camminato.
D: Esiste una leggenda irlandese secondo cui esistono dei “luoghi delle fate”, mitologia che poi si è diffusa nel mondo. Se qualcuno oltrepassa quella soglia magica il tempo non scorre più alla stessa velocità e anche se credi di esserci rimasto per un’ora il mondo fuori è invece andato avanti di cento anni: quale dei borghi abbandonati che hai conosciuto potrebbe essere un luogo delle fate?
R: Lo è in questa accezione del tempo. Oltre a dilatarsi, ad allungarsi e a non coincidere più con il ritmo normale delle cose, è un tempo dove essere liberi, dove poter essere quello che siamo veramente perché un borgo abbandonato ti permette questo. È un tempo che uno si può concedere, un tempo altro. Corrisponde al proprio inconscio, alle proprie ferite, alle proprie fragilità. Alla memoria, individuale, intima e collettiva, popolare. A un tempo verticale dove sprofondare, al tempo dei nonni, dei bisnonni. Credo siano questi aspetti legati al varcare quella soglia magica del tempo a farmi piacere così tanto i luoghi vuoti. È come se ci fosse la possibilità ancora di immaginare, inventare, ricordare.
D: Alcuni scrittori seguono scalette dettagliatissime scrivendo le loro opere, altri raccontano di come si lasciano sorprendere loro stessi dalla storia che via via inventano: tu a quale tipologia appartieni?
R: Credo più alla seconda. Non prendo appunti, non scrivo scalette, almeno alla prima stesura. So che cosa voglio raccontare e come voglio tentare di farlo. Ho degli appigli, i luoghi, un personaggio, un accadimento. Poi lascio andare e a me capita sempre che la scrittura genera scrittura, così come la lettura a me genera scrittura. Se non leggo non scrivo. Se leggo scrivo e assorbo molto di quello che sto leggendo. È un processo dinamico, di rimbalzi, e poi di revisioni, file finiti nel cestino del desktop, poi ripescati e ricancellati di nuovo svuotando il cestino. Ci vuole tempo. Diffido da chi scrive troppo e troppo velocemente, chi non ha la pazienza di far decantare una storia, di non lasciare i personaggi chiusi in un cassetto anche per mesi.
D: In “I piedi sul Friuli” racconti di luoghi attorno a noi, in “Officina Bolìvar” ci accompagni nell’America del sud e in “Il punto alto della felicità” ci conduci in cima alle vette delle montagne. La tua narrativa e il tuo immaginario si nutrono di luoghi: quale è secondo te il posto più romanzesco in cui ti sei ritrovato? Raccontaci.
R: Sarebbe troppo facile rispondere la Terra del Fuoco o Machu Pichu, luoghi che hanno ispirato grandissima letteratura di viaggio e creato interi immaginari. Penso invece che uno dei luoghi più narrativi in assoluto sia il bosco del Cansiglio o la zona dell’Alpago che ben ha saputo raccontare ad esempio lo scrittore Antonio Bortoluzzi. Ma penso anche che una città come Milano sia un luogo altamente narrativo, stimolante per chi cerca storie minime. Perché è questo che cerco, l’essenzialità nelle storie, la somma di piccole cose citando Nicolò Fabi. Le piccole storie che diventano paradigma, metafora. E credo che queste si possano ritrovare all’interno di una cucina di un condominio a Sesto San Giovanni come alla sorgente di un fiume. Tutti i luoghi alla fine possono essere fonte di storie, non solo quelli narrati nella letteratura di viaggio strettamente intesa.
D: L’ultima domanda riguarda le biblioteche. Stephen King, ma anche i Peanuts e Calvin and Hobbes, hanno usato biblioteche e bibliotecarie nelle loro storie e spesso la bibliotecaria fa abbastanza paura: e tu hai avuto qualche “fobia da biblioteca”?
R: Da narratore no, ma da editore sì. Il primo libro di Bottega Errante è Guarneriana segreta di Angelo Floramo che è un libro che fa vivere la magia di una biblioteca antica come la Guarneriana di San Daniele del Friuli. Ecco, pubblicando quel libro e ascoltando Angelo raccontarmi le storie di libri e biblioteche, capisco il fascino di un luogo così ricco di storie, parole, carta. Se penso invece da narratore credo che mi piacerebbe scrivere qualcosa che riguardi le biblioteche distrutte, che cosa si nasconda dietro l’atto di un essere umano di bombardare o mettere a fuoco una biblioteca. Mi interesserebbe molto sviscerare questo aspetto che riguarda la distruzione del patrimonio collettivo, di un’intera memoria.