ANGELO FLORAMO parte II

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Destinatari

Ecco finalmente per la nostra rubrica “Interviste possibili” la seconda puntata dell’intervista allo scrittore Angelo Floramo.
Parleremo di Anni Venti, Cyrano di Bergerac, Sherazade e… un fantasma…
D: Quale libro vorresti tantissimo avere scritto tu?
R: Senza ombra di dubbio ti dico “Il ponte sulla Drina”. Ma purtroppo Ivo Andrić mi ha bruciato d’anticipo. C’è tutto in quel libro: eros ed epos. La ferocia della sevizia e la tenerezza di un bacio. C’è un ponte che unisce e per questo viene fatto brillare. È una narrazione corale, capace di emozionare profondamente perché utilizza corde antiche, primitive. Non esistono protagonisti. Il vero protagonista è il ponte. Sono le migliaia di mani che lo hanno costruito, i milioni di passi che lo hanno attraversato, le vite di donne e di uomini che si sono impastate con le sue pietre. La penna di Andrić intinge in tutti i colori della Bosnia meridionale: il lapislazzulo del cielo orientale, il grigiore della pietra, l’acqua smeraldina della Drina. Višegrad è la Babele di ogni nostra dannata sconfitta. Il teatro sul quale si recita, in eterno, l’ennesima caduta dell’Uomo. Un capolavoro assoluto insomma. Che avrei davvero voluto scrivere io!

D: Negli anni Venti i locali di Parigi erano pullulanti di artisti e scrittori che si ubriacavano di gin fitz e discorrevano di vita e letteratura: tu con quali scrittori vorresti tirare l’alba?
R: Beh una seratina a Parigi con Henry Miller e Anais Nin…anche solo con Anais Nin, a dire il vero! Ma dovendo scegliere… con Ernie, e che diamine. Intendo Hemingway, ovviamente. Vorrei che fosse un autunno piovoso e fangoso però. In uno di quei casoni di canne e di paglia, tra le brume della laguna. Dopo una giornata consumata sui barconi dei pescatori. Ci accontenteremmo della minutaglia, pesce povero, da gratellare dopo averlo imbiancato nella farina. Lo so, lui tirerebbe fuori una bottiglia di Whisky torbato, luminoso come miele d’acacia. “Ehi Ernie, ma così lo ammazzi il pesce!” gli direi. E cercherei di convincerlo con una bottiglia giusta. Che ne so, una ribolla gialla ferma? Ma so già che lui non ci starebbe. Si parlerebbe di amori, di donne che fanno male, e di quando l’oceano si fa così scuro e profondo che lo crederesti un cielo rovesciato. Lui sparerebbe le sue spacconate cubane, io le mie, più prosaicamente carniche! Ma con un certo orgoglio, perdio. Credo che ci addormenteremmo sbaciucchiando un Habana di contrabbando (lui ne ha una riserva intera) col rischio di mandare a fuoco il casone, farci prendere a botte dai pescatori, finire in acqua e guadagnarci la riva fracidi, sbronzi ma felici. Poi si andrebbe insieme a svegliare quella muffa di Alessandro Manzoni, che ogni anno viene fin quassù per gli esercizi spirituali, dice. In realtà lo sanno tutti che ha una torbida storia con una certa Gertrude. Mah. Sono chiacchiere di paese, dopotutto.

D: Allora, sei seduto in un patio di una vecchia casa di quelle in pietra che si apre su un magnifico ed enorme giardino pieno di piante. È una profumata sera d’estate, sul tavolo c’è una bottiglia di vino con due bicchieri e dentro casa si sta finendo di cuocere una magnifica cena. Accanto a te è seduto Cyrano de Bergerac e state chiacchierando di donne e poesia. Che bottiglia avete stappato e cosa vi attende per cena?
R: Un pignolo. Pare che l’annata del 1985 sia stata superba. E allora quella lì (godiamo fino in fondo, almeno in un’intervista impossibile!). Cyrano parla solo in rima, dunque direbbe lisciandosi i mostacchi: “Di questo vino non mi basta una bottiglia! Versane ancora, che più si beve e più si piglia! Ma se finisce presto del sorso la delizia, lasciamo che sia il cuoco a bollir quel che ci vizia”. Si comincerebbe con una terrina di selvaggina mista, da spalmare su crostini di pane nero appena appena abbrustolito. Renderebbe solo sapida la bocca. Seguirebbe un delirio di salsicce affumicate, Petina di Claut, stagionata sotto la cappa del fogolâr, e strisce di lardo bianchissimo per lubrificare la gola. Come primo Cjarsons, perché l’agrodolce ha un suo significato, ad esordio del desinare. Proporrei quelli ripieni di erbe, ma con una fantasia di pinoli e uva passa ad arricchirne l’anima nascosta. Per secondo lepre in umido e polenta da boscaiolo, cioè bella densa, da tagliare con lo spago. Dolce? Preferiamo entrambi formaggi misti, di diversa stagionatura, da accompagnare con il miele. Un passito come vino di chiusura. Un ucelut, autoctono di Borgo Ampiano.

D: Ad un tratto, sul sentiero fra i campi che si apre di fronte a voi, tu e Cyrano vedete avvicinarsi una donna uscita da un romanzo che si è persa scivolando fuori dalle pagine e vi chiede ospitalità: chi è?
R: Sherazade! Affannata, stanca, spaventata. Dopo aver narrato a quell’odioso sultano che la vuole scuoiare viva tutte le storie delle Mille e una notte ha deciso di mollare tutto e di venire via. Ma ci è ricascata. L’hanno ingannata e costretta a lavorare in un call center, per via della voce ammaliante. Sia io che Cyrano abbiamo un debole per le storie impossibili, per le voci intense che si ascoltano senza averne mai veduto le incarnazioni corporee. Io mi innamoro sempre delle voci. Sarà una forma di perversione? E per il giusto contrappasso, non una pena, in questo caso, ma speriamo un piacere, la facciamo accomodare a tavola e mentre lei si abbuffa noi due le raccontiamo storie. Cosa c’è di più bello e sensuale? Ne nascerebbe una nuova raccolta, vista la dedizione per il vino buono dei due narratori: Le mille e una Botte! Magari chiediamo la sponsorizzazione a qualche cantina famosa.

D: Se tu fossi il personaggio di un romanzo chi vorresti che fosse il tuo autore?
R: Vorrei vivere un’avventura firmata da Bruno Schulz, autore di un libro che molto ho amato: “Le botteghe color cannella”. Le sue pagine sono popolate di un sensuale mistero. Ondeggiano tra matriarcati sognati appena, talvolta inquieti, sempre irresistibili. Nel profumo delle stoffe colorate, fra orli da cucire e tagli da sforbiciare aleggiano spettri temibili eppure irresistibili: “donne dominae” dotate di un crudele candore, capaci di infliggere punizioni come di redimere occhi troppo accecati dal sogno. Bruno Schulz. Un autore dimenticato. Ebreo polacco, venne ucciso da un ufficiale delle SS che gli sparò così, tanto per fare un dispetto ad un collega che lo aveva voluto come illustratore della stanza da letto dei propri figli.

D: Chi è stato il tuo primo amore letterario? È stato un autore o un personaggio?
R: Non faccio molta fatica a rispondere, per quanto si parli di ere geologiche lontanissime ormai. Mio nonno, nella sua giovinezza assetata di letture ma troppo povera per permettersi di frequentare la scuola, aveva raccolto a puntate – pubblicate come si usava in appendice – del Don Chisciotte di Cervantes, illustrato da Gustave Doré. Alla fine aveva rilegato il tutto in un librone enorme, possente e pesantissimo. Mi concedeva di sfogliarlo, come se fosse un tesoro. E lo era, o era davvero. Lo conservo ancora nella libreria di casa. Mi sono riconosciuto subito in Sancio Panza, ovviamente! In quell’omino paffuto e rotondo che sembra quasi condannato alla disperazione della materialità più becera e concreta, ma alla fine non manca mai di seguire la follia di Chisciotte. Il sogno!

D: Ogni lettore, e quindi ogni scrittore ancora di più, ha un legame molto forte con i primi racconti che ha ascoltato, le prime storie che hanno iniziato a popolare il suo immaginario: quali sono state le prime storie della tua vita?
R: Le inventava mia madre, una narratrice straordinaria. Lo è ancora, ed è incantevole restare ad ascoltarla. Si era creata un personaggio, il “Brontolosauro Luna”. Il gioco era questo: io le suggerivo alcuni particolari, sempre più improbabili e strani, altrimenti non c’era divertimento. Che ne so: una tazzina di caffè, u rotolo di carta igienica e le forbicine per le unghie. E lei ci costruiva una storia in cui ad un certo punto faceva la sua comparsa questo drago all’apparenza terrificante e spaventoso ma in fin dei conti goffo, imbranato e amorevolissimo. La narrazione orale, primordiale, è stato il mio primo incontro con la fantasia che si fa letteratura.

D: L’ultima domanda riguarda le biblioteche. Stephen King, ma anche i Peanuts e Calvin and Hobbes, hanno usato biblioteche e bibliotecarie nelle loro storie e spesso la bibliotecaria fa abbastanza paura: e tu hai avuto qualche “fobia da biblioteca”?
R: Tutti sanno che in Guarneriana aleggia un fantasma. Non è un ectoplasma demoniaco e infestante, tutt’altro. Pare si tratti di uno spiritello gentile, talvolta dispettoso, imprevedibile. Scompagina le carte di studio ai ricercatori, nasconde i codici, riponendoli sempre in una collocazione sbagliata, talvolta fa rabbrividire le fanciulle attraversandone le membra con un respiro gelato. Questo dice la vulgata. Confesso di non avere mai avuto il piacere di un incontro del terzo tipo. Ma ad ogni buon conto, quando esco per ultimo, prima di spegnere la luce e chiudere le porte saluto con una certa deferenza. Non si sa mai!